Giro d’Italia Story

 

Anni ’70. Mentre parole quali “crisi energetica” e “recessione” si affacciano prepotentemente alla ribalta, il Motorsport vive il suo apogeo. In questo clima così contrastante nasce nel ‘73 un evento agonistico che conobbe solo 10 edizioni, lasciando però un ricordo indelebile in molti appassionati. Il Giro Automobilistico d’Italia, vero canto del cigno della grande tradizione tutta italiana delle corse su strada.
Nel 1957 era andata in scena l’ultima tragica edizione della Mille Miglia, funestata dai 9 morti causati dall’incidente della Ferrari impazzita di De Portago. Un evento che – Targa Florio a parte –  decreterà la fine delle grandi classiche su strada. Da quel momento le corse saranno costrette a cercare asilo nei circuiti permanenti, mentre i rally erano ancora dei semplici raduni di appassionati che affrontavano brevi percorsi di regolarità su strade chiuse al traffico.  Intanto in Francia resisteva una gara unica e avvincente: il Tour de France, riuscita combinazione fra trasferimenti su strada e gare in circuito. Dopo fasti degli anni ‘60, quando il Tour faceva parte del Mondiale Sport, la corsa aveva ormai perso un po’ di smalto, ma qualcuno pensò di riprendere l’idea. Nasce così il Giro Automobilistico d’Italia, erede del Rally dei Jolly Hotel. Dopo una prima edizione un po’ in sordina, la gara conosce un discreto successo, grazie alle sue caratteristiche uniche: la collocazione in calendario a fine stagione, la possibilità di vedere al via anche veri e propri prototipi, la presenza di grandi camiponi.  Le case ufficiali – Fiat e Lancia in primis – usano il Giro per testare in una competizione vera e propria le nuove vetture in vista della stagione successiva. Chi ad inizio novembre accorrerà sugli spalti di Monza, Imola, Varano, Vallelunga, Mugello o assieperà le strade di celebri cronoscalate come la Rieti-Terminillo o la San Giorgio-Colonnetta, avrà modo di vedere da vicino prototipi del calibro della Abarth 030 e 031,  granturismo da corsa come Ligier Maserati, De Tomaso Pantera, intere dinastie di Porsche nelle sue varie evoluzioni, persino una improbabile  Alfa 33 stradale.  Memorabile l’edizione 79, nobilitata dalla presenza delle Beta Montecarlo ufficiali affidate agli equipaggi Patrese Alen Kiwimaki e Villeneuve Rohrl Geistdorfer. Ma ormai la corsa si avviava al canto del cigno. Proprio il suo punto di forza, essere una gara a se stante nel calendario, si rivelò il suo lato debole.  Troppo oneroso allestire una vettura vincente per una gara così atipica: con l’edizione del 1988 –  fortemente voluta dall’Alfa Romeo quale passerella per la 75 turbo regina del Superturismo – cala definitivamente il sipario sul Giro d’Italia: l’epoca delle corse su strada era ormai tramontata.

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